Cervello&Cinema: intervista al Prof. Carlo Caltagirone

L'intervento del Direttore Scientifico della Fondazione Santa Lucia aprirà il Festival in programma dal 27 marzo al 2 aprile a Milano

Un tema così ampio e affascinante da guadagnarsi lo spazio di un festival cinematografico. Cervello&Cinema, infatti, è il titolo della kermesse alla prima edizione in partenza il prossimo lunedì, 27 marzo, allo Spazio Oberdan di Milano. Chiamati a introdurre le proiezioni in rassegna, discutendo degli effetti della settima arte sulla mente umana, psicanalisti e neuroscienziati. Tra loro il Prof. Carlo Caltagirone, Neurologo e Direttore Scientifico della Fondazione Santa Lucia Irccs.

Prof. Caltagirone, tutti credono che la data di nascita del cinema sia il 28 dicembre 1895, ad opera dei Fratelli Lumiére…

Una verità parziale. A quella data risale la prima proiezione a pagamento promossa a Parigi dai Lumiére. Ma al n° 14 di Boulevard de Capucines, dove c'era il Salon Indien del Gran Café che ospitò la proiezione, accanto alla lapide che ricorda l’impresa dei Fratelli Lumiere ce n’è un’altra che ricorda i Reynaud, Marey, Demeny e Melies, definiti come “pionieri del cinema”.

… e scienziati francesi.

Sì, che non furono i soli a offrire un contributo alla nascita del cinematografo. Significativi furono anche gli studi dell’americano Thomas Alva Edison, dei tedeschi Emil e Max Skladavosky, dell’italiano Filoteo Alberini e del britannico Eadweard Muybridge. Proprio il lavoro di quest’ultimo, insieme a quello di Albert Londe, entrambi fotografi, fornirono alla ricerca neurologica i primi strumenti cronofotografici.

Parliamo della seconda metà dell’Ottocento, almeno una ventina d’anni in anticipo sui Lumiere. Come andò?

Una storia davvero interessante. Eadweard James Muybridge era un avventuroso fotografo di origine inglese giunto fortunosamente a San Francisco in California, e noto per le notevoli foto che aveva scattato nella Yosemite Valley. Il magnate delle ferrovie Leland Stanford gli commissionò degli studi per chiarire se la sua cavalla Sallie Gardner, durante il galoppo, avesse sempre una delle zampe poggiata al suolo o se ci fosse un istante in cui era sospesa nel vuoto. Per farlo, posizionò 16 fotocamere in linea su una pista, parallele al moto del cavallo. Lo scatto degli obiettivi era comandato da una serie di fili tesi, spezzati dal galoppo dell’animale. Così ottenne una lastra cronofotografica che poteva essere vista in movimento grazie a un ingegnoso macchinario: lo zoopraxiscopio. A distanza di qualche anno, questo e altri esperimenti finirono a comporre la monumentale opera di Muybridge Animal Locomotion: An Electrophotographic Investigation of Consecutive Phases of Animal Movements 1872 - 1885: oltre diciannove mila foto in brevi sequenze che riprendono i movimenti di animali ed esseri umani.

Proprio in quegli anni, la Neurologia si sviluppava come scienza autonoma.

Proprio così, e comincia a interessarsi alle tecniche paleo-cinematografiche. Fu il grande neurologo Jean Martin Charcot a istituire, nel 1878, il primo laboratorio di fotografia medicale, coinvolgendo il fotografo Albert Londe, inventore di diversi apparecchi “cronofotografici”. Nel 1893 Londe pubblicò il primo libro di fotografia medica, La photographie medicale: application aux sciences medicales et physiologiques, dedicandolo proprio a Charcot.

La nascita di un connubio?

Sì. A cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, studio e riproduzione del moto erano una delle più grandi sfide scientifiche. I Lumiere e la loro straordinaria invenzione arrivarono quando l’interesse della nascente Neurologia per le immagini in movimento era già alto. La possibilità di proiettare la realtà filmata fu un nuovo capitolo di un dialogo iniziato anni prima.

Tanto da poter poi parlare di “cinema neurologico”.

Esatto, che muove i primi passi con gli studi di George Marinescu in Romania, di Arthur Van Gehuchten in Belgio e Camillo Negro in Italia. Tutti neurologi che impiegarono regolarmente, e con risultati significativi, le tecniche cinematografiche nei propri studi. Si ritiene che il Prof. Negro proiettò, suscitando grande ammirazione, le riprese di una serie di casi clinici durante il primo congresso della Società Italiana di Neurologia, a Napoli nell’aprile del 1908.

Da quel momento in poi, il rapporto tra cinema e Neurologia non si è mai interrotto. Neanche durante la guerra.

Anzi, ha attraversato i conflitti mondiali, durante i quali gli operatori cinematografici erano chiamati a prestare le loro competenze documentando le operazioni belliche, e molti neurologi, incluso il Prof. Negro, erano impegnati a studiare, anche attraverso le immagini, le lesioni correlate alle ferite di guerra.

I numeri sui ricoveri per cause nervose e mentali esito della Grande Guerra, peraltro, sono impressionanti: 80mila in Inghilterra, 315mila in Germania, 98mila negli Stati Uniti. Per l’Italia il dato non ufficiale è di non meno di 40mila soldati internati per problemi psichici.

La svolta per la Neurologia, però, venne con il ritorno della pace.

È così. Già al termine della Prima Guerra mondiale la Neurologia è una scienza adulta e i neurologi curano non solo ferite, mutilazioni e traumi di guerra, ma anche le malattie epidemiche, alcune di origine sconosciuta, che partendo dalle trincee colpiscono centinaia di migliaia di persone tra la popolazione civile. 

Anche in queste circostanze, il cinema fa la sua parte al servizio della scienza?

Significativamente. Per esempio, l’Encefalite Letargica, o Malattia del Sonno, descritta per la prima volta dal neurologo Constantin von Economo e riconosciuta tra i soldati di stanza a Verdun dal collega Jean René Cruchet, è ripresa in un filmato del neurologo e psichiatra Karl Kleist, noto per le sue ricerche sui collegamenti tra malattie psichiche e disturbi cerebrali. Un caso tipico dell’impiego del cinema ai fini di ricerca e documentazione.

Fino al passato recente e al cinema come lo conosciamo. Qualche titolo e suggerimento?

Risvegli (Awakenings) del 1990, tratto dall’omonimo romanzo di Oliver Sacks del 1973, che raccontando la sperimentazione dell’applicazione del L-DOPA, già in uso per la terapia del Parkinson, sui pazienti affetti da Encefalite Letargica, mostra una commovente storia umana e di amicizia tra medico e paziente. Un film fortemente aderente alla realtà dal punto di vista scientifico. Nell’ambito della fiction vera e propria, invece, L’uomo terminale (Terminal Man) del 1974 dal romanzo di Michael Crichton. In questo caso lo spunto è immaginare possibili risultati finali di ricerche ancora in corso: la finzione cinematografica simula l’impianto di elettrodi nel cervello del protagonista per controllare o ridurre gli effetti di malattie o di comportamenti aberranti. La storia di fatto precorre le metodiche che oggi sono impiegate comunemente per la cura del Parkinson, dell'epilessia e di altri disturbi psichiatrici.

E una predizione del cinema che ancora non si è avverata?

 Se mi lasci ti cancello (The Eternal Sunshine of a Spotless Mind) di Michel Gondry nel 2004 precorreva la possibilità di cancellare i ricordi traumatici: non ci siamo ancora. Ma manca poco.