Dalle Sinapsi all’Inconscio. Intervista con Laura Petrosini

Come psicologia e personalità entrano in gioco nella neuroriabilitazione. Curiosi ed estroversi hanno maggiori possibilità di recupero.

“Quello che siamo come persone conta nella riabilitazione non meno degli aspetti neurofisiologici”. Così Laura Petrosini inquadra il significato di “Neurobiological and Psychological Aspects of Brain Recovery”, l’ultima pubblicazione da lei curata per Springer Verlag, con contributi di molti altri neuroscienziati impegnati presso la Fondazione Santa Lucia Irccs e altri centri di ricerca. Professore Ordinario di Psicofisiologia all’Università Sapienza e Responsabile del Laboratorio di Neurofisiologia Sperimentale e del Comportamento presso la Fondazione, Laura Petrosini punta a evidenziare in questo libro i mille volti del processo riabilitativo come è andato definendosi negli ultimi decenni e ne considera soprattutto un aspetto a cui ha dedicato diversi studi: “sulla base di dati e non di ipotesi questo libro mostra come anche i fattori psicologici influenzino il recupero di funzione”.

Quali fattori psicologici?

Per fattori psicologici intendiamo aspetti che vanno dai livelli motivazionali ai tratti della personalità fino ad aspetti più particolari come il tono dell’umore. Ma nel libro analizziamo anche elementi psicologici meno intuitivi, come i meccanismi di difesa del soggetto. Pensiamo per esempio all’alienazione del danno che si registra in chi volutamente ne ignora le conseguenze oppure ai cosiddetti meccanismi di coping, ovvero le strategie cognitive e comportamentali messe in atto dalla persona per fronteggiare una situazione di difficoltà come è la disabilità a seguito di un danno cerebrale. Tutto questo ha ricadute pratiche sulla riabilitazione. Se è così, è evidente che non può più esistere un approccio unico alla medicina riabilitativa del danno cerebrale. E al di là del piano riabilitativo e del rapporto del paziente con il medico e il terapista, pensiamo all’importanza di questi aspetti della personalità nell’accompagnare il processo di riabilitazione all’interno della famiglia, nel rapporto dei suoi vari componenti con la persona in cura.

Forse a questo punto appare un po’ riduttiva anche una certa enfasi meccanicistica sulla mappatura del cervello e sulle funzioni puramente neurofisiologiche alla base dei processi cognitivi.

Oggi sicuramente non cerchiamo più in un determinato punto del cervello la sede di una determinata funzione come faceva la frenologia dell’Ottocento. Però è vero che il grande potere di osservazione che ci offrono le neuroimmagini ci espone di nuovo, anche se in modo molto più sofisticato, a una parcellizzazione del cervello, visto come diviso in zone che si “accendono” e si “spengono” a seconda dell’attività cognitiva in corso. In un capitolo del libro non a caso parliamo del “connettoma”, un modello scientifico che non considera più il cervello come semplicemente un insieme di strutture tra loro connesse, bensì come un unicum, nel quale qualsiasi modifica di un punto produrrà cambiamenti sul tutto.

Facciamo un esempio di un tratto della personalità che può influire in modo significativo sull’efficacia della riabilitazione.

Una classica distinzione è tra il seeker e l’introverso. Il seeker è una persona sempre alla ricerca di novità e di sensazioni forti. Un atteggiamento di apertura e di accettazione delle sfide che può aiutare molto l’attivazione del paziente nel percorso di riabilitazione. Al suo opposto c’è la persona chiusa e abitudinaria, che respinge il nuovo e l’altro. È la persona che si sente rassicurata dal tenere a distanza il nuovo e l’ignoto. Questo tratto della personalità è di ostacolo alla riabilitazione.

Ci sono anche differenze di genere che possono influire?

A livello neurologico un’importante differenza di genere è data dall'attività ormonale. In particolare gli estrogeni, prodotti nell’organismo femminile in quantità molto superiore all’uomo, hanno un effetto neuroprotettivo. Per questo le donne sono anche meno soggette a sindromi stressanti.

Gli aspetti della personalità rischiano però di imporre al paziente anche un po’ un destino nel percorso di riabilitazione

È evidente che le caratteristiche della persona maturate negli anni non si possono cambiare durante il percorso di riabilitazione, ma è utile conoscerle per gestirle. Quello che resta importante in termini di prevenzione e che esula dagli aspetti puramente fisiologici è la cosiddetta riserva cognitiva che noi ci impegniamo ad accumulare nella nostra vita e che è stato dimostrato essere fondamentale per la conservazione delle nostre funzioni cognitive il più a lungo possibile. Non solo nel caso di processi neurodegenerativi come quelli che si registrano per esempio nella Malattia di Alzheimer, ma anche semplicemente allo scopo di rallentare il deperimento delle funzioni cognitive connaturate all’invecchiamento.

Cosa dobbiamo fare per accumulare riserva cognitiva?

Il modello scientifico delle riserve cognitive è stato ripreso e analizzato nel libro da diverse prospettive. In un capitolo viene per esempio spiegato come l’arricchimento ambientale permetta di recuperare la plasticità funzionale dell’ippocampo, ovvero come un ambiente ricco di stimoli favorisca l’apprendimento e la memoria. Parliamo di stimoli sensoriali e cognitivi il più possibile frequenti, ma anche di attività fisica. Ci tengo a sottolineare quest’ultimo aspetto. Perché è sbagliato pensare che il cervello si tenga in forma solo studiando o dedicandosi ad altre attività intellettuali. In realtà anche l’esercizio fisico è fondamentale. Pensiamo del resto come dopo una corsa noi ci sentiamo non solo più tonici, ma anche più freschi e riposati mentalmente. Più in generale, per favorire la nostra riserva cognitiva dobbiamo essere esposti sempre a nuove esperienze. Nuove esperienze producono un’arricchita funzione neuronale.

Se guarda in prospettiva storica l’idea di riabilitazione analizzata nel libro, che cosa è cambiato negli anni?

Se questo libro fosse stato scritto quarant’anni fa si sarebbe intitolato “Recupero della lesione encefalica” con un bel punto di domanda, perché allora non si pensava che ci potesse essere un recupero funzionale dopo una lesione cerebrale. A chi studiava il cervello negli anni sessanta veniva detto che i neuroni si potevano solo perdere e una lesione cerebrale poteva solo peggiorare. Se questo libro fosse stato invece scritto solo dieci anni fa, si sarebbe potuto già intitolare “Aspetti neurobiologici del recupero funzionale”. Ci eravamo nel frattempo convinti dell’esistenza di fattori neurobiologici che permettono di recuperare funzionalità grazie alla capacità di riorganizzarsi di neuroni e sinapsi. Oggi siamo qui a parlare anche degli aspetti psicologici del soggetto, che possono determinare il successo di un percorso di riabilitazione e andiamo verso una medicina che anche in questo ambito appare sempre più personalizzata.