Nuove Molecole o Nuove Fregature?

Uno studio internazionale solleva dubbi sulla reale efficacia di molecole date come promesse per i farmaci di domani

Investire nello sviluppo di nuovi farmaci è una scommessa costosa e rischiosa. Per questo colpisce il risultato di un recente studio pubblicato da Nature Communications, secondo cui molte molecole giudicate nella letteratura scientifica come efficaci e, quindi, sottoponibili a ulteriori programmi di ricerca per lo sviluppo di futuri farmaci, in realtà non lo sono.

A sollevare la questione sono i risultati di una ricerca condotta da 13 Centri internazionali, tra Europa, Stati Uniti e Nuova Zelanda, coordinati dal Prof. Mauro Maccarrone, Direttore del Laboratorio di Neurochimica dei Lipidi presso la Fondazione Santa Lucia Irccs e Ordinario di Biochimica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, e dal Prof. Mario van der Selt dell’Università di Leida in Olanda.

Il gruppo di ricerca ha analizzato 18 famiglie di molecole che erano già state giudicate, sulla base di studi pubblicati in riviste scientifiche, come efficaci e, quindi, potenzialmente interessanti per la ricerca farmaceutica. Ogni famiglia di molecole è stata sottoposta a 15 test di efficacia e a 60 test finalizzati a individuare eventuali effetti collaterali indesiderati. Gli stessi esperimenti, condotti con i medesimi criteri e i medesimi dosaggi, sono stati sempre replicati da tre Centri di Ricerca contemporaneamente e indipendentemente l’uno dall’altro. Alla fine di questo processo di verifica, delle 18 molecole già validate dalla letteratura scientifica, solo 3 si sono confermate realmente affidabili e promettenti per lo sviluppo di nuovi farmaci.

“Ogni anno si producono e si studiano centinaia di molecole – osserva il Prof. Mauro Maccarrone – Ma spesso accade che entro uno o due anni inizino a manifestarsi risultati tra loro conflittuali, quando non addirittura opposti, tra test effettuati da laboratori diversi. E questo nonostante le molecole siano già state validate in letteratura e i laboratori di ricerca siano certificati”.

Il gruppo di ricerca ha in realtà lavorato sulle molecole più accreditate dalla letteratura scientifica per bersagli molto importanti sul piano della salute. In particolare, il ricettore cannabico CB2, che svolge un ruolo sensibile come antidolorifico, come regolatore delle attività cardio-vascolari e come marcatore utile a individuare danni cerebrali perché prodotto dai nostri neuroni in caso di traumi, tossicità o fattori biotici come l’infezione.

“Nel nostro studio – conferma il Prof. Maccarrone – diverse molecole non hanno dimostrato la capacità di colpire un bersaglio con forza sufficiente per essere considerate efficaci in tutti i test con risultati sempre riproducibili. Figuriamoci quale potrebbe essere la loro reale efficacia come farmaci, se consideriamo le differenze biologiche tra un individuo e un altro nella popolazione mondiale”.

Il problema della riproducibilità dei risultati e della certificazione degli strumenti che si utilizzano per testare una molecola in laboratorio è ben conosciuto dai ricercatori, ma secondo gli autori del nuovo studio non è stato mai risolto come invece si potrebbe. “Il metodo da noi adottato – spiega il Prof. Maccarrone - ha coinvolto laboratori disponibili a verificare la reale riproducibilità dei risultati in modo aperto, mettendosi in discussione e condividendo informazioni”. Una condizione di lavoro che spesso non è data nelle dinamiche di concorrenza tra laboratori di ricerca e nelle molte barriere che ancora permangono tra mondo accademico e industria. Limiti di metodo che secondo Maccarrone non avrebbero ragione di esistere: “Abbiamo impiegato tre anni per questo processo di validazione, ma con risorse dedicate i tempi potrebbero più che dimezzarsi e i costi sarebbero irrisori rispetto alla perdita economica che può provocare una sperimentazione clinica di un nuovo farmaco che si insabbia dopo due anni per mancanza di risultati affidabili. Parliamo di cifre intorno alle poche decine di migliaia di euro contro rischi di perdite nell’ordine di milioni”.

Per i ricercatori i risultati ottenuti sottolineano l’importanza di investire di più nella ricerca preclinica prima di avviare studi di fase clinica. Considerato il percorso che porta allo sviluppo di un nuovo farmaco, le molecole oggetto del nuovo studio si trovano ancora in una tappa molto iniziale, ben lontana dall’applicazione sull’uomo. In gioco non c’è, quindi, la sicurezza del paziente, ma in ogni caso una questione importante: l’affidabilità di quelli che chiamiamo risultati scientifici e di conseguenza il rischio di sprecare risorse su progetti di sviluppo destinati a fallire.

Lo studio: Soethoudt M, Grether U, Fingerle J, Grim TW, Fezza F6, de Petrocellis L, Ullmer C, Rothenhäusler B, Perret C, van Gils N, Finlay D, MacDonald C, Chicca A, Gens MD, Stuart J, de Vries H, Mastrangelo N, Xia L, Alachouzos G, Baggelaar MP, Martella A, Mock ED, Deng H, Heitman LH, Connor M, Di Marzo V, Gertsch J, Lichtman AH, Maccarrone M*, Pacher P, Glass M*, van der Stelt M*, Cannabinoid CB2 receptor ligand profiling reveals biased signalling and off-target activity, in Nature Communication, 2017 Jan 3;8:13958. doi: 10.1038/ncomms13958. *Equally senior authors.

 

Informazioni

Stefano Tognoli, cel. 334.6966433, s.tognoli@hsantalucia.it